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Giuseppe Zeno mattatore assoluto del Faust ironico e inquietante targato Stefano Reali

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VITERBO - L'antico teatro romano di Ferento ha avuto l'onore di veder nascere uno spettacolo che è pronto a stupire, far riflettere e, dettaglio di non poco conto, confermare le grandi capacità di mattatore di Giuseppe Zeno e del regista Stefano Reali, in grado di cucire ogni sfaccettatura del dramma umano nel viaggio attraverso il tempo del suo perennemente insoddisfatto Faust.

Questa sera la prima "ufficiale" ad Anagni, ma Viterbo ha ammirato già, sotto il tramonto di Ferragosto, lo spettacolo, per un'anteprima che aveva il sapore dell'amarcord per Reali, viterbese d'origine, e della prova generale per Zeno, che si sdoppia, si triplica sul palco con la sola differenziazione del dialetto.

Lo spettacolo è iniziato con il saluto di Reali, che non ha nascosto emozione, raccontando la sua infanzia vissuta a giocare proprio nel posto che lo ha poi ospitato come regista. "Il mito di Faust è conosciuto, qui faremo un lettura di testi che ne hanno già parlato, con la particolarità che Faust e Mefistòfele sono la stessa persona. D'altronde ognuno di noi, dentro, ha un po' il diavolo con il quale parlare".

Poche parole per lasciare spazio a Giuseppe Zeno, che conquista il palco come Faust e subito si confronta con un altro personaggio: parte con Wagner, il servo in dialetto napoletano, e poi affronta il dialogo con cui percorrerà l'intero spettacolo, Mefistòfele, in versione veneta, un curioso folletto che da un lato lo stuzzica e ingolosisce parlando quasi come un folletto, a tratti anche tenero, con l'unico scopo di conquistare la sua anima. Ci riuscirà, come ben sappiamo, perché tanta è la voglia del protagonista di raggiungere l'ignoto, costi quel che costi. "Voglio diventare me stesso, non certo conoscerlo" è la frase con cui accetta la sfida, pur conoscendo la pericolosità di quella scelta, nonostante abbia davanti un diavolo dichiaratemente pentito di aver seguito Lucifero, abbandonando il paradiso.

Non sarà mai soddisfatto Faust, vuole la trasgressione, la vuole vivere libero ma vuole godere anche del piacere delle conseguenze, e sente che qualcosa manca, mentre il tempo scorre inesorabile. Proverà a riprendere in mano la barra delle sue scelte, incontrerà l'innocente Margherita, ed è qui che arriva in scena Monica Dugo, anche lei in tre straordinarie versioni femminili.

Non basta, non basta nemmeno quello, perché la natura umana è fragile e non esiste virtù tale da essere intatta, specie quando è la stessa natura umana a trovare giustificazioni ad ogni cosa come scelta divina.

Prova a sfidare la più bella e temuta, Elena di Troia, ma non resiste e parla troppo, cambiando il futuro. Un gesto eccessivo anche per Mefistofele che lo richiama. Ma ormai Faust, che vede giungere la fine, rilancia, e arriva al futuro, trovando un mondo dominato dai social, dall'apparire senza essere, un mondo infettato dalle multinazionali che poi son pronte ad offrire un vaccino. Un futuro terribile che lo inquieta e che trasforma la vituosa Margherita nell'alter-ego di se stessa, anche lei con un'anima ormai venduta al diavolo per un solo attimo di soddisfazione.

Faust è ognuno di noi, con tutte le personalità che siamo in grado di sviluppare, magari avallate dalla presenza divina, che tutto permette di giustificare.

E sul palco molto del merito va a Giuseppe Zeno, che riesce a diventare uno e trino mostrandosi come un mattatore vero, perfettamente immerso nelle varie parti che propone, senza minimamente sfiorare il dialetto siciliano che sarebbe stato a lui congeniale, ma confrontandosi con altri modi di parlare, che lo mostrano incredibilmente eclettico.

Applausi per Monica Dugo, austera e perfetta nella donna virtuosa, in quella pienamente cosciente della sua bellezza, che fa impazzire l'antica Grecia, e anche nella dominatrice del futuro, con una virtù ormai nascosta nel piccolo angolo della sua anima, che il diavolo non sarà in grado di conquistare.

Teresa Pierini