ROMA - Una rubrica a tinte biancocelesti che provi a raccontare quel "Mondo Lazio" che ha fatto e fa sognare milioni di tifosi della prima squadra della capitale.
Era il 9 gennaio del 1900 e sulle sponde del Tevere un gruppo di innamorati dello sport decideva colori sociali e simbolo, ovviamente l'Aquila che attinge al mondo degli antichi romani, sotto cui avrebbero gareggiato campioni di ogni tipo di sport, dall'atletica al nuoto, fino al calcio.
Una società storica, che vede come punta di diamante proprio la squadra di calcio, folle amore degli italiani per il pallone e gli undici gladiatori che lo portano in campo.
E' dedicato a loro l'avvio di questa rubrica, allo sport diventato più popolare nel tempo, ma avremo spazio anche per altri campioni biancocelesti, non solo del campo ma anche del cuore.

Si parte da un capitano, il Capitano, l'uomo che sposò la S.S. Lazio nel lontano 1969, diventandone poi bandiera e restandole fedele a vita: Pino Wilson.
Partiamo proprio dalle origini, come ha vissuto Pino Wilson questi anni?
"Il 'Mondo Lazio' a distanza di 50 anni mi apparrtiene in modo viscerale, vissuti quegli anni in un certo modo si rimane appesi con molto orgoglio, nel '69 venni a Roma con Giorgio Chinaglia e ci sembrava un sogno aver indossato una maglia nel campionato di serie A, una maglia che poi ci ha regalato tantissimo. Eravamo spaventati e vogliosi di iniziare questa avventura, ricordo la prima amichevole all'Olimpico con 50mila persone, contro la Fiorentina: un trauma. Volevo tornare in serie C, mi spaventai. Il vice presidente, conoscendomi finse di assecondarmi ma non fece nulla. Aveva ragione, sono bastati 10 giorni per colmare il gap che allora mi era sembrato enorme. Dalla prima giornata alle fine non smisi mai di giocare, diventando poi capitano. Con quella fascia sul braccio mi sembrava di volare, l'ho tenuta per anni, la consideravo una ciliegina sulla torta, una cosa di cui vado fiero ancora oggi, e vedendo le foto mi dico... Ammazza che ho fatto!".
I ricordi più belli di un periodo che costruì il primo scudetto nella Capitale?
"Sfogliando gli album di foto vado a ritroso e ho tutto in testa, in memoria restano le passioni e i ricordi di quegli istanti. Sono stati momenti stupendi votati ad una causa che ti ha visto protagonista. Ho avuto solo questa maglia, ho ancora record imbattuti, maggior partite, primo nelle coppe per presenze, derby ufficiali giocati, sembra tutto assurdo ma può solo inorgoglire, spero che capiti a tutti quelli che hanno fatto questo percorso e hanno avuto le mie stesse esperienze".
A chi si sente maggiormente legato?
"L'esperienza Lazio è stata arricchita da tre personaggi fondamentali di quella squadra: Umberto Lenzini, Tommaso Maestrelli e Bob Lovati. Noi tutti che abbiamo vissuto quell'esperiemza li abbiamo ancora davanti agli occhi. Col Maestro abbiamo convissuto 4 anni e resterà per sempre un uomo dalla sensibilità e caratteristiche umane uniche, che hanno arricchito tutti, ricordi che ancora oggi raccontiamo come se fosse la prima volta".
Tanti mattoncini per costruire un successo: la Lazio del suo primo scudetto...
"Il culmine fu quello, lo scudetto del '74, sfiorato l'anno prima, una squadra che poteva essere una meteora e invece, tra lo stupore di molti, si è ripetuta, Era una banda tenuta insieme dal mister, primo scudetto a Roma, primo scudetto della Lazio, Chinaglia primo capocannoniere, Maestrelli miglior allenatore, un'esperienza che ha stravolto i valori della città e molto del merito va a Giorgio. Con lui il tifoso laziale romano si è sentito inorgoglito ed è nata la nostra era, ha indossato gli abiti del tifoso laziale e tutti gli sono andati dietro".
Una gloria pagata a caro prezzo poi...
Dopo sono venuti alti e bassi, ma era nato un legame che ancora oggi ha il suo spirito nella partita 'Di padre in figlio', oggi ci sono ragazzi piccoli fino ai nonni che possono raccontare quell'avventura. Mi stupisco sempre nell'incontrare giovani che mi chiedono una foto, ancora penso come possa succedere, ma in fondo conosco il motivo: sono le parole dei padri e dei nonni che sono arrivate a loro, orgoglio è la parola più vicina al reale senso della situazione.
Come si vive il ruolo di testimone di quell'era?
"Negli anni abbiamo avuto gravi, gravissime perdite, il mister all'apice del successo, il dramma di Re Cecconi, poi Frustalupi, Lovati, tanti dello staff, due anni fa Felice Pulici. Ci tiene uniti il ricordo, perché tutto questo ha creato il mondo Lazio".
Un mondo spesso critico, talvolta anche ingeneroso ma pieno d'amore. Cosa direbbe ai tifosi di oggi?
"Un difetto lo abbiamo, siamo esigenti, critichiamo, ci lamentiamo, ma poi basta nulla per unirci. Stiamo pagando la competitività, oggi sappiamo che possiamo misurarci con le altre squadre ma al primo stop abbiamo subito paura. Il tifoso deve recriminare, certo, ma poi applaudire, subita la delusione ci riuniamo a tifare. Siamo abituati ad un tran tran che da soddisfazioni enormi, valide soprattutto in un periodo come questo di enormi difficoltà, con gente che non arriva a fine mese, quindi ben venga un pizzico di passione. La nostra squadra è tra le prime 4/5 squadre del momento, quindi bisogna crederci. Ora la lotta si fa dura, chi fa il mercato spinge e bisogna stare attenti ai passi falsi, sempre sul pezzo ad ogni partita, e il percorso va fatto contro tutto il vertice delle squadre che sono ora davanti".
Salutiamo così, con la sua speranza, Pino Wilson, ringraziando l'amico e collega Fidel Mbanga Bauna per il briciolo di follia biancoceleste nel consigliare questa rubrica.
Teresa Pierini
