Teatro Unione: le domande sono necessarie, caro assessore

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VITERBO - Se ne dispiacerà l'assessore Delli Iaconi, ma il lavoro del giornalista è anche legato a domande necessarie, o almeno ritenute tali, per avere risposte. Una considerazione scaturita dopo la conferenza stampa di questa mattina, argomento stagione Atcl (leggi l'articolo di presentazione cliccando qui), quando sono sembrate quasi inopportune una serie di domande che riguardano la struttura e la sua gestione.

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Il teatro dell'Unione è un bene di tutti e i cittadini hanno il diritto di conoscere ogni dettaglio. La decisione su come organizzare la stagione è un atto politico e per il 2017/18 la giunta Michelini ha optato per assegnarla all'Atcl, società pubblica, in modo diretto, ritenendo impossibile coinvolgere un privato ma fornendo una realtà zoppa ancora senza bar e senza l'utilizzo del Ridotto. Questo è appurato, come i 60mila euro stanziati per quest'anno, di cui 10mila per promozione e stampa materiale e 50mila massimo per eventuali deficit di costo, cifra massima che il comune mette a disposizione a copertura delle differenza tra costo spettacoli e incasso biglietti.

Una scelta che poteva essere fatta legalmente e così è stato, discutibile o meno è un dato di fatto. Il resto delle domande però sono lecite, specie quando in conferenza stampa il direttore artistico di Atcl dice che ci sono dei dettagli tecnici da sistemare. Ma non era completato?

A quanto pare no, ci sono dei dettagli, delle "quisquilie e pinzillacchere" direbbe Totò: un quadro elettrico sul palco per le compagnie, il motore che sposta le quinte, il collegamento internet Adsl, particolari che si sommano alla totale assenza di quinte, scoperta appena riconsegnato il teatro (come dimostra una delle serate targate Quartieri dell'arte), ora risolta.

"E' un lavoro nuovo, appena fatto" si è giustificato Delli Iaconi lamentando il fatto che in una giornata come oggi si doveva parlare di spettacolo e non fare "polemiche sterili". Troppo facile, perché anni di lavori sono serviti per restaurare un teatro ottocentesco e non il capannone industriale dove improvvisare spettacoli. Rivederlo aperto senza quinte, che poi ci sono costate 24.672 euro per tre americane e i motori di movimento, ancora da installare, alcune scelte discutibili, attrezzature tecniche non all'altezza, i palchi inagibili per almeno 2 mesi e solo la platea aperta, non vuol dire aprire un teatro.

Se si restaura un teatro si apre un teatro, che deve essere fruibile dal primo momento, perché se si restaura una casa non ci si dimentica il bagno, richiamando l'idraulico subito dopo per farlo. Una risttrutturazione dovrebbe avere come prima regola la consegna del luogo pronto per essere utilizzato, e da luglio ad oggi sappiamo che non è stato così. Sono scelte che pesano, anche se è sempre possibile rimediare, a carico del cittadino però.

L'ultima curiosità uscita in conferenza riguarda la stagione annunciata dall'Agusteo di Napoli, poi scomparsa e ora, pare, ritornata in vita per un paio di appuntamenti, o chissà quanti altri, che si potranno incastrare nelle date disponibili.

All'Unione aleggia ancora il fantasma dell'opera, per questo sono necessarie le domande.

Teresa Pierini

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