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Poggio Conte: uno scrigno di spiritualità tesoro del museo di Ischia di Castro

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ISCHIA DI CASTRO - Al confine del fiume Fiora, che divide la Tuscia dalla Toscana, immerso nella natura, è custodito uno scrigno di storia e spiritualità, vanto del museo Civico Archeologico "Pietro e Turiddo Lotti": Poggio Conte, un'abbazia cistercense scavata nella roccia, che nel X secolo fu un importante luogo di ascesi e preghiera.

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A raccontarlo Anna e Federico, che dopo aver portato i visitatori nel museo che custodisce 6 affreschi recuperati proprio dalla chiesa, hanno accompagnato gli stessi, che avevano aderito alla visita guidata gratuita organizzata, al luogo originario.

 

Raggiungo l'ingresso da cui è consigliato proseguire a piedi, è iniziata la camminata lungo la campagna verso il cuore della visita, che si raggiunge con un viottolo finale accompagnato da staccionate in legno e il suono dell'acqua del fiume.

 

 

Il primo impatto è magico: una cavea di roccia dominata da una cascata, purtroppo attualmente in secca ma con segno inequivocabile dell'acqua che scende. E' il primo "altare" che si incrocia, un luogo sacro per tanti, dove pregano varie religioni, come spiega Anna: "Questo posto ha visto, nel tempo, la devozione del culto delle acque, a partire dal passato, quando per l'ascesi e il raccoglimento venivano scelti luoghi già utilizzati nella tradizione spirituale, con l'acqua come fondamento".

 

L'isolamento nella campagna divenne fondamentale per la nascita della chiesa che oggi incanta i visitatori, come aggiunge Anna: "Poggio Conte è un insediamento monastico cistercense, il nome, dato nel 1810, viene dalla gestione dei Conti Adalasia e Ildebrando, prima della restituzione ai benedettini. Qui vicino sorgeva l'abbazia di San Colombano, un insediamento esteso di cui non ci sono resti ma tanti documenti a Monte Cassino, restato attivo e vissuto fino.al XIV sec., affiliiata a San salvatore all'Amiata, con il compito di evangelizzare il territorio e amministrarlo attraverso la filiazione di piccole abbazie, dove si riunivano gli eremiti.
Insieme 'producevano' cultura, spiritualità ma anche coltura dei campi, le 'curtis' hanno dato l'avvio al medioevo e poi al rinascimento, diventando man mano una vera e propria realtà finanziaria e creando ricchezza".

 

Qualcosa che di fatto allontanava dalla regola di San Benedetto che viene quindi raccolta e aggiornata dal vescovo San Roberto di Molesmes, Citeaux (in latino: Cistertium) in Francia: "Con l'ordine cistercense si cerca quindi il recupero della regola ormai abbandonata, che aveva soppiantato quella durissima di san Colombano. Con la regola cistercense si allontanano le ricchezze delle abbazie, scegliendo di vivere in luoghi abbandonati, recuperando quell'ora et labora delle origini. L'eremo di Poggio Conte è uno di quei luoghi - prosegue Anna prima di accompagnare il gruppo ad ammirare la chiesa - ma non ci sono testimonianze scritte, perché non conoscendo il nome originale che venne dato non è possibile rintracciare documenti. Ho effettuato degli studi e per me potrebbe essere Santo Martino vicino al Fiora, con la dedica ad uno degli asceti più importanti. Nella creazione dell'abbazia, interamente scavata nella roccia, i cistercensi seguirono la regola minuziosa di San Bernardo, con dettami architettonici precisi: un'abside rettilinea con la misura base ripetuta e divisa in proporzione, arco cuspidato, pilastri compositi, volta a crociera, e misure precise stilistiche architettoniche. Poggio Conte rispetta questo progetto".

Salendo sopra il poggetto, che un tempo ospitava anche il convento per i frati, poi crollato e di cui oggi rimangono solo poche tracce, l'incanto finale è nell'abbazia, minuziosamente scavata, con le difficoltà del tempo, specie quelle relative alla precisione, con colonne e volte dipinte, l'altare e il trono vescovile al centro, un bene culturale recuperato alla fine del secolo scorso.

La chiesa infatti era interamente ricoperta di terra, restava fuori solo la parte superiore dominata dagli affreschi che riproducevano Gesù con i dodici apostoli, ed utilizzata dai pastori come rifugio, che la chiamarono la "grotta dipinta". Quando fu scoperta l'abbazia e scavata per il suo recupero gli affreschi erano stati già trafugati, nel tempo ne sono stati recuperati sei ed ora sono esposti al museo civico.

Teresa Pierini e Anselmo Cianchi