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La preoccupazione dei lavoratori della Fondazione Caffeina: "Non vedremo un euro neanche questa volta"

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VITERBO - Si sarà forse aperta la pentola a pressione che è stata sigillata per anni? E' bastato un trasloco in riva al mare, alla corte di Re Nicola, per far sfogare animi inquieti? Forse si, e forse era ora.

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Da anni in questa città si assiste una sorta di monopolio culturale, una specie di humus che piano piano si è conquistato vie e piazze, ottenendo risultati più per devozione morale che altro. Una riverenza psicologica che ha posto su un piedistallo qualcuno, spesso lasciando agli altri briciole e ritagli di spazio.

Un fatto che abbiamo combattutto spesso, non certo per motivi legali ma per etica, quella si. Perché nessuno ha il diritto di ergersi a capo di un settore come quello della cultura, che deve essere ampio e variegato.

E' bastato che sia stato preferito un luogo più comodo, e decisamente meglio organizzabile per contingentare gli ingressi, come il Castello di Santa Severa per far serpeggiare il dubbio che forse Viterbo può ambire ad altro. Non solo, alle poche voci di chi, come Rosella, da anni urla la mancanza dei pagamenti dovuti nelle varie manifestazioni, sia estive che invernali, se ne sono aggiunte altre, ed altre ancora.

Ha iniziato l'ex grafica della manifestazione che ha pubblicamente parlato di un risveglio dopo 4 anni vissuti alla corte della cultura, anzi Cultura, con la C maiuscola, che ha denunciato pubblicamente "giochetti fatti di finanziamenti che arricchiranno le tasche di pochi - scrive Sara - mi da molto fastidio, perché a tutela dei lavoratori, delle aziende e dei consumatori non c’è mai nessuno. Così da 4 anni a questa parte, almeno per la realtà che ho conosciuto in prima persona... e loro possono continuare a vendersi, impuniti".

Una dichiarazione forte, scritta nera su bianco sui social, che sarà necessario approfondire.

Dietro a lei è appena giunta una nota firmata da un "gruppo di dipendenti /collaboratori che attendono di essere pagati da Fondazione Caffeina", perché di quello stiamo parlando.

Sono loro che, curiosi di movimenti e nuove opportunità, scrivono: "Succedono cose strane o quantomeno curiose. Succede che una Fondazione, che si chiama Fondazione Caffeina Cultura Onlus, che da mesi non paga alcuni suoi dipendenti e collaboratori, venga invitata ad una gara dal valore di 70.000,00 euro, per un progetto che porta il suo nome: 'Cultura e Caffeina: la ricetta per il risveglio culturale dei Monti Cimini' - (sic!) - e non partecipi alla suddetta gara.

Succede che la stessa gara venga vinta dal Gruppo Carramusa srl, proprietaria del 51% della società Caffeina Group srl, entrambi vincitrici del bando 'Festival presso il Castello di Santa Severa' per un importo di circa altri 120.000 euro. 

Succede che nel verbale delle operazioni di gara si legga che il plico aperto alle ore 10.10 del 20.06.2020 tra gli altri documenti contenga il curriculum vitae dell’Associazione regolarmente sottoscritto dal legale rappresentante e copia dello statuto dell’Associazione, quando il plico è stato presentato da una società S.r.l. 

Succede che il marchio e/o il nome e/o il logo 'Caffeina'® venga utilizzato in diversi progetti e anche in pagine Facebook ad uso personale a sfondo politico e che l’ultimo bilancio pubblicato della Fondazione Caffeina Cultura Onlus riporti all’attivo una posta di ben 250.000,00 euro, proprio per marchi di proprietà della Fondazione. 

Succede che noi ex dipendenti/collaboratori di Fondazione Caffeina non vedremo un euro neanche questa volta!"

Una preoccupazione lecita, perché il rispetto degli altri, specie dei lavoratori, sta diventando davvero merce rara.

E noi aggiugiamo un "succede"... succede che la quattordicesima edizione di Caffeina Festival, difficilmente gestibile nel centro della città con le regole del distanziamento sociale previste quest'anno, finisca dentro un altro contenitore chiamato "Un castello sempre aperto", rinunciando alla propria immagine storica, e soprattutto si sviluppi su due mesi, proponendo un'estensione che veniva spesso richiesta a Viterbo, per evitare una bulimia di eventi difficili da seguire, e non veniva mai assecondata. Succede anche che da una convenzione da 50mila euro con il Comune, annullata dalla Fondazione stessa, si scelga una da 120mila ma con partecipanti diversi.

E non venite a dire che qualcuno è stato cacciato da questa città, dove peraltro non è che siano state tante le persone a strapparsi le vesti per la disperazione.

Succede.

Teresa Pierini